Curiosità sugli olivi

Olio lampante: cos’è, la sua storia e perché non è commestibile

Quando si parla di olio di oliva, siamo abituati a pensare subito all’extravergine: profumato, fruttato, protagonista della cucina mediterranea. Ma non tutto l’olio ottenuto dalle olive può arrivare direttamente sulle nostre tavole.

Esiste infatti una categoria particolare, chiamata olio di oliva lampante, che ha una storia molto interessante e che, ancora oggi, ricopre un ruolo importante nel mondo dell’olio. Il suo nome stesso racconta qualcosa del suo passato: prima dell’arrivo dell’elettricità e dei moderni sistemi di illuminazione, questo olio veniva infatti utilizzato anche per alimentare le lampade a olio.

Che cos’è l’olio lampante?

L’olio lampante è un olio vergine di oliva che non rispetta i requisiti necessari per essere destinato direttamente al consumo alimentare.

Secondo il Consiglio Oleicolo Internazionale, rientra nella categoria degli oli vergini lampanti un olio che presenta, tra le altre caratteristiche previste dalla normativa, un’acidità libera superiore a 3,3 g per 100 g e/o caratteristiche organolettiche o altri parametri non conformi agli standard delle categorie commestibili. Per questo motivo non può essere venduto al consumatore come olio alimentare tal quale: è destinato alla raffinazione oppure a usi tecnici.

È importante chiarire un equivoco molto comune: “lampante” non significa semplicemente “olio con alta acidità”. L’acidità è uno dei parametri che possono determinare la classificazione, ma la valutazione tiene conto anche delle caratteristiche organolettiche e di altri requisiti previsti dagli standard.

Perché si chiama “lampante”?

La risposta è racchiusa nel nome: il termine deriva dall’antico utilizzo dell’olio come combustibile per le lampade a olio. Prima della diffusione dell’illuminazione elettrica, infatti, l’olio d’oliva rappresentava una delle risorse utilizzate per produrre luce.

Quello che oggi può sembrare un termine tecnico legato alla qualità dell’olio ha in realtà origini profondamente legate alla vita quotidiana delle comunità rurali e mediterranee.

Curiosità

In passato, l’olio lampante serviva per fare luce

Per secoli, l’olio di oliva non è stato soltanto un alimento.

Nelle case, nelle masserie, nei luoghi di culto e negli spazi di lavoro poteva diventare una vera e propria fonte di illuminazione. Le lampade a olio funzionavano grazie a uno stoppino immerso nel combustibile: una volta acceso, lo stoppino bruciava lentamente utilizzando l’olio come fonte di energia

L’uso degli oli per l’illuminazione è antichissimo

Nel Mediterraneo, dove l’olivo era una presenza fondamentale dell’economia e del paesaggio, l’olio poteva quindi avere molte vite: alimento, prodotto commerciale, risorsa domestica e combustibile.

Ma perché un olio di oliva diventa “lampante”?

Le cause possono essere diverse.

Un olio può essere classificato come lampante quando le olive, la loro conservazione o le modalità di raccolta e lavorazione hanno compromesso la qualità del prodotto finale (ad esempio, olive troppo mature, danneggiate, fermentate possono portare alla formazione di difetti e a un aumento dell’acidità libera).

Anche il processo di estrazione deve essere gestito correttamente: la qualità dell’olio comincia dalla qualità delle olive.

Questo è uno dei motivi per cui, nella produzione di un buon olio extravergine, sono fondamentali la raccolta al momento opportuno, la cura dei frutti, tempi brevi tra raccolta e molitura e una corretta conservazione.

Perché l’olio lampante non è commestibile?

Questa è probabilmente la domanda più importante.

L’olio lampante non è classificato come commestibile perché non possiede le caratteristiche chimiche e/o organolettiche richieste per un olio vergine destinato direttamente al consumo. Il Consiglio Oleicolo Internazionale specifica infatti che l’olio vergine lampante non è idoneo al consumo tal quale e deve essere sottoposto a raffinazione oppure destinato a usi tecnici.

Ma attenzione a un’altra convinzione diffusa: non è corretto pensare che l’olio lampante sia semplicemente “velenoso” perché ha un’acidità elevata.

L’acidità libera è soprattutto un parametro di classificazione della qualità dell’olio, non una misura diretta della sua pericolosità per l’organismo.

Il problema è che l’olio lampante può presentare caratteristiche che lo rendono inadatto al consumo: difetti organolettici importanti, alterazioni e parametri chimici non conformi alle categorie di oli vergini commestibili. Per questo non deve essere utilizzato in cucina così com’è.

Dal passato al presente: una storia di trasformazione

La storia dell’olio lampante è, in qualche modo, anche la storia del rapporto tra l’uomo e l’olivo.

Un tempo, un olio che non poteva essere utilizzato per alimentazione poteva comunque avere un valore concreto perché serviva a illuminare una casa o un ambiente di lavoro.

Oggi, con l’evoluzione delle tecnologie e dei sistemi energetici, la funzione dell’olio lampante è cambiata. Non serve più ad illuminare le nostre case: viene soprattutto destinato alla raffinazione o ad altri usi tecnici.

È un interessante esempio di come una stessa risorsa possa assumere significati completamente diversi nel corso del tempo.

Olio lampante: 5 curiosità da ricordare

Il nome è legato alla luce

Si chiama “lampante” perché storicamente era associato all’utilizzo nelle lampade a olio.

Non è sinonimo di olio “cattivo” in senso generico

È una precisa categoria prevista dagli standard dell’olio di oliva.

Non si può mangiare così com'è

Il lampante non è idoneo al consumo diretto alimentare.

L'acidità non racconta tutta la storia

La classificazione considera anche caratteristiche organolettiche e altri parametri.

Può avere una seconda vita

Attraverso un processo di raffinazione può diventare materia prima.

Dall’olio alla rinascita degli ulivi

Conoscere l’olio lampante significa anche comprendere quanto sia complesso il percorso che porta dall’oliva al prodotto che arriva sulla nostra tavola.

Dietro ogni bottiglia di extravergine di qualità ci sono infatti il lavoro dell’agricoltore, la cura dell’oliveto, la raccolta, la molitura e una lunga attenzione a ogni fase della produzione.

È proprio questo patrimonio che vale la pena proteggere nel Salento: non soltanto l’olio, ma gli ulivi, il paesaggio e le persone che se ne prendono cura.

Perché un ulivo non è mai soltanto un albero: è una parte della storia di questa terra e una promessa per il suo futuro.